LUCI DEL DESTINO

Personale itinerante in quattro musei Argentini, U.C.A. Pontificia Università Cattolica, Buenos Aires, CEC Centro de Expresiones Contemporàneas di Rosario, Museo de bellas Arte Franklin Rawson, San Juan e il Museo Las Lilas De Areco di San Antonio De Areco, Argentina. Curata da Cecilia Cavanagh, Maurizio Vanni e Massimo Scaringella. 2009/2010 Lu.C.C.A. Museo di Arte Contemporanea, Lucca, Italia. Curata da maurizio Vanni. 2010

LIBERIA, COSTA RICA

LIBERIA, COSTA RICA

LIBERIA, COSTA RICA

U.C.A. Pontificia Univertità Cttolica, Padiglione delle Belle Arti, Buenos Aires, Argentina

U.C.A. Pontificia Univertità Cttolica, Padiglione delle Belle Arti, Buenos Aires, Argentina

E SE FOSSI PARTITO...
acidatura su lamine, cm 120x120

LUCI DEL DESTINO
Museo Franklin Rawson, San Juan, Argentina

E SE LA BACIAVO...
incisione su pelo (pelle), cm 120x120

E SE LO IMITAVO...
acrilico su tela, cm 125x100

LUCI DEL DESTINO
Museo Franklin Rawson, San Juan, Argentina

LUCI DEL DESTINO
Lu.C.C.A. Museo di Arte Contemporanea, Lucca Italia

E SE FOSSI NATO TORO...
tecnica mista su tela, cm 135x190

LUCI DEL DESTINO
Lu.C.C.A. Museo di Arte Contemporanea, Lucca Italia

E SE L'AVESSI VISTO...
acrilico su pelle, cm 200x185

E SE TE LO DICEVO...
tecnica mista su tela, cm 125x125

E SE SOGNAVO GHIANDE...
acrilico su tela, cm 56x56

LUCI DEL DESTINO
Lu.C.C.A. Museo di Arte Contemporanea, Lucca Italia

E SE VINCEVO...
acidatura su lamine, cm 120x120

E SE NASCEVO FEMMINA...
acrilico su pelle, cm 120x170

E SE LO DIPINGEVO...
incisione su pelo (pelle), cm 120x120

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Il Padiglione di Belle Arti della Pontificia Università Cattolica Argentina e il Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art presentano uniti in questa mostra Christian Balzano, artista che porta dall’Italia una selezione di sue opere dal titolo Luci del destino. La responsabilità di presentare questa esposizione è dovuta alla efficace cura dei critici italiani Maurizio Vanni e Massimo Scaringella e alla mia partecipazione entusiasta.
Il mito in questione, al quale si riferisce l’artista, si basa sulla figura del toro che si incontra in un mosaico della Galleria Vittorio Emanuele di Milano, al quale la gente si rivolge per sollecitare il suo aiuto carismatico. Esalta così un emblema della cultura popolare, una credenza, un mito. Però questa immagine dà la base a un processo di identità in un confronto tra arte e società.
In 80 biglietti da 2 dollari – ottanta riproduzioni serigrafiche del davanti e dietro della moneta americana – già Andy Warhol (1928-1987) preferiva la moltiplicazione all’unico. Lo stesso succede nella sua serie di lattine di zuppa Campbell’s, in Doppia Monna Lisa, in Quattro Monna Lisa o in Trenta sono meglio che una, dove si riproduce altrettante volte l’immagine della Gioconda. Il tema, in questi casi, non è solo la massificazione dell’oggetto, ma lo stesso linguaggio massivo; e una caratteristica tipica di questo linguaggio è la riproduzione. Il critico Mimmo Di Marzio che scrisse su questa mostra ricorda alcune parole illuminanti di Andy Warhol: “Non a caso la vita è una serie di immagini che cambiano solo nella forma in cui si ripetono?”.
Christian Balzano riproduce una e tante volte l’immagine mitica del toro. A noi evoca attraverso la sua poetica, il mito che diede origine a una serie di opere destinate a catturare finalmente il grande pubblico. A sua volta, questo pubblico riconoscerà in loro uno specchio con il quale identificarsi, anche se si tratta di immagini che a tutto il mondo risultano familiari. Convivono sia una visione del mito quotidiano e locale che la leggendaria immagine del toro che irradia dalla cultura più antica dell’umanità, rivestita sempre da una complessa simbologia: origine della vita, simbolo della fertilità, potenza generatrice dell’uomo, animale celestiale, tra le altre. Balzano libera la forza espressiva di questo mito con un racconto visuale in movimento, pieno di luce e colore, che fa entrare lo spettatore nel cuore popolare dei nostri giorni. Il suo eccellente lavoro, la sua chiarezza concettuale, la sua abilità nel guidare il frammentario, riscuote la persuasiva spinta di una proposta che va ben più in là del puro estetismo: stimola l’allegria del pensiero.
La presentazione di Luci del destino nel Padiglione di Belle Arti in collaborazione con il Lu.C.C.A. – Lucca Center of Contemporary Art ci permette di stabilire un fecondo interscambio di esperienze e di unione socio-culturale. Molti sono quelli che hanno reso possibile la realizzazione di questa mostra. A tutti loro la mia gratitudine e riconoscimento.
 
Prof.ssa Cecilia Cavanagh Co-curatrice Direttrice del Padiglione di Belle Arti Pontificia Università Cattolica Argentina
 
Non sempre siamo in grado di vivere la nostra vita da protagonisti, scegliere cosa fare e provare a raggiungere gli obiettivi stabiliti. Non sempre siamo disposti a rischiare, a metterci completamente in gioco, ad assumerci le responsabilità che conducono a vivere un sogno, a inseguire una cosciente illusione, a intraprendere percorsi completamente differenti da quelli abituali. Troppo più facile rimanere in disparte, guardare il mondo da quella prigione ovattata dalla quale tutto è meravigliosamente sbiadito. Troppo comodo accontentarsi, decidere di perseguire la strada di quella mediocrità che sicuramente rassicura dalle possibili sofferenze collegate alle sorprese negative, ma, allo stesso tempo, impedisce qualsiasi crescita interiore e sociale. La paura di vivere è il filo conduttore della vita di molte persone e quando un individuo si accorge che non sta facendo esattamente quello che avrebbe desiderato decide, il più delle volte, che è meglio convincersi del contrario, mentire a se stesso, attribuire la responsabilità dei suoi fallimenti a un destino contrario e nefasto piuttosto che provare a contraddire quel fato che sembra essersi accanito contro di lui.
Anche Christian Balzano si sofferma sulla difformità tra il vivere la vita o tollerarla, tra l’essere protagonisti della propria esistenza o subire passivamente ogni situazione: “Anche il corso della nostra vita può cambiare – afferma il pittore livornese –, sarebbe sufficiente scegliere. Stabilire così la differenza tra una vita subita e una vita vissuta”. Il suo racconto esistenziale parte da un protagonista imprevedibile e affascinante come il toro che diventa, attraverso combinazioni ardite e in certi casi provocatorie, un vero e proprio simulacro, una figura che raccoglie in sé indicazioni e simbologie. Toro e destino si incontrano a più livelli ed entrano in collisione su altri: “Sembra che il toro, in certi momenti, abbia la capacità di incidere favorevolmente sul corso degli eventi quotidiani o del destino. Spesso è la vittima predestinata, ma non sempre è così!”.
Tori sbuffanti, tori possenti, tori inferociti, tori meditativi, tori in calore, ma anche tori silenti, tori spavaldi e tori protagonisti del proprio destino. Tratti rapidi, contrasti chiaro- scurali portati all’eccesso, segni incisi e graffianti alternati a campiture più generose seppur irregolari: Balzano idealizza con pochi tratti la figura del toro che viene, consapevolmente, quasi mitizzata. Decontestualizzare il toro potrebbe voler dire condurlo in territori differenti, porlo all’attenzione sotto una luce atipica e imprevista, caricarlo di simbologie non collegate solamente all’arena. La corrida, tanto amata in alcune parti del globo, potrebbe trasformarsi in metafora esistenziale dove il pubblico simboleggia la sempre maggior predisposizione voyeuristica delle persone – molto più facile guardare e criticare che agire –, mentre il torero, lo stereotipo del matador bello e vincente, potrebbe rappresentare il personaggio-divo che raggiunge l’apice del successo in pochissimo tempo pur non avendo grandi contenuti da esprimere. E il toro? Il vero personaggio attivo della vicenda? Vittima sacrificale e predestinata? E se fosse proprio il toro a scegliere quando entrare in arena, quando farsi infilzare e quando morire?
“Tutto nasce a Liberia, in Costa Rica, una tranquilla cittadina del Guancaste – continua Balzano – che durante le fiestas viene stravolta da rodei e corride. È proprio qui, in un’arena improvvisata, che lo spirito del toro è giunto a me. Si tratta di un’antica tradizione d’iniziazione: gli adolescenti, per diventare uomini, devono affrontare il toro a mani nude per farsi coraggio e aumentare il grado di autostima. In questo caso è il toro l’artefice del destino di qualcun altro. C’è chi guarda, ma chi decide e chi sceglie sa bene a cosa può andare incontro”. In questo caso il toro si trasforma in giudice severo, in prova da superare per dimostrare e dimostrarsi adulti. L’animale rimarrà per sempre nella vita di quelle persone.
Il toro evoca l’idea di potenza e di fuga irresistibile. Simbolo della forza creatrice, esso ha rappresentato il dio El sottoforma di una statuetta di bronzo destinata ad essere fissata alla sommità di un bastone o di un’asta. Nella tradizione greca, i tori indomiti simboleggiavano lo scatenamento sfrenato della violenza. Sono animali consacrati a Poseidone, dio degli oceani e delle tempeste e a Dioniso, dio della virilità.
I tori di Balzano sono maestosi, fieri, anche se in posture improbabili o decorati con oggetti impossibili. Anche durante i momenti di quiete, la sagoma incute rispetto e lo sguardo pretende devozione, ma non è necessariamente collegato all’idea di terrore e devastazione. Ad esempio Zeus assume la forma di un toro dal biancore abbagliante per sedurre Europa.
Il simbolismo del toro è anche legato a quello del temporale, della pioggia e della luna: il toro e il fulmine sono stati i simboli coniugati alle divinità atmosferiche. Il muggito del toro è stato paragonato, nelle culture arcaiche, all’uragano o al tuono, entrambi epifanie delle forze fecondanti. Ogni ambivalenza è rappresentata nel toro. Sulla tomba regale di Ur si erge un toro dalla testa d’oro (sole e fuoco) e dalla mascella di lapislazzuli (luna e acqua). I tori di Balzano cambiano intensità nella relazione con lo spettatore a seconda del contesto e della superficie sulla quale sono realizzati. Gli animali su fondo oro diventano preziosi, eleganti, raffinati anche se la postura potrebbe richiamare ben altro. Quelli realizzati su fondo rosso, invece, ci riconducono alla feconda passionalità, al sangue, agli ardimenti sensoriali. Discorso ben diverso per le opere realizzate sulla pelle chiara e sul vello scuro: in questo caso non compare mai la figura del toro in quanto, già immolato per qualsivoglia motivazione, partecipa all’opera con una parte reale di sé: “Sui quadri di pelle chiara e su quelli di pelo nero non ci sono raffigurate immagini del toro, dato che sono i mantelli dell’animale stesso. È come se ci si riflettesse tutto ciò che lo circonda e indossarlo, insieme alla sua testa, ci desse poteri decisionali incredibili”. Fondo rosso, oro, nero e bianco sui quali il toro, ormai diventato orma-archetipo, si staglia, semplicemente, attraverso un gioco di ombre e di rilucenze. L’uomo ha sempre mirato a lasciare un’impronta di sé, una traccia, un segno: dalla mano stampata sull’argilla ancora soffice alle impronte di piedi nel Neolitico. In Balzano l’impronta si traspone in immagini più complesse che ricercano un messaggio tratto dal mondo e per il mondo. Le sue forme non costituiscono mai i termini di una pianificazione mentale dello spazio, di una sua più o meno astratta progettazione architettonica, ma sono esse stesse, nel loro crescere e dialogare con la superficie, a cercare il proprio spazio e la dimensione più appropriata.
Nel simbolismo analitico di Jung, il sacrificio del toro rappresenta il desiderio di una vita dello spirito che permette all’uomo di trionfare sulle sue passioni animalesche primitive e che, dopo una cerimonia di iniziazione, sopiscono la loro carica frenetica portando la pace dei sensi. Il toro, infatti, simboleggia la forza incontrollata sulla quale la personalità evoluta tende ad esercitare il suo dominio. L’infatuazione per le corride si spiegherebbe, agli occhi di alcuni analisti, con questo desiderio segreto e non confessabile di uccidere la bestia interiore che è in noi, di provare a ri-prendere il controllo su di noi e a pensare di poter manipolare il fato. Nella maggior parte delle culture il proprio destino può essere conosciuto solo attraverso uno sciamano, un profeta, una sibilla o un veggente. Nella dinastia Shang, in Cina, venivano lanciati steli di millefoglie o intagliate ossa di tartaruga, molti secoli prima che I Ching fossero codificati. Nelle credenze popolari, il destino è comunemente considerato come fato, come una sequenza fissa di avvenimenti che sono inevitabili e invariabili. Secondo queste persone, il futuro potrebbe essere decifrato e manipolato attraverso mezzi di predizione e magia.
Christian Balzano mette la corona sopra la testa del toro, riempie alcune forme con miriadi di cornetti rossi, ma cerca di farci comprendere quanto, a prescindere dalle superstizioni, ogni uomo potrebbe essere creatore del proprio destino: “È inutile telefonare ai vari maghi o cartomanti. O, come ogni mattina, iniziare a leggere il giornale dalle pagine finali per scoprire, attraverso gli oroscopi, il tipo di giornata che ci aspetterà. Indossiamo la maschera dello sciamano-toro per guardarci dentro e diventare artefici del nostro destino”.
“Karma” è una parola sanscrita che vuol dire azione, atto. L’etimologia è la stessa della parola latina “creare”. Col tempo, nel linguaggio popolare, la parola karma è giunta ad assumere i significati di “risultati dell’azione”, “predestinazione” ed anche “destino”. Nel buddismo per karma si intende soprattutto l’energia sottile, legata alla volontà, associata ad ogni azione che compiamo. Ad esempio se al gesto si associa una determinazione distruttiva e violenta ciò produrrà, nella mente di chi la compie – e quindi nel destino che l’intelletto gli creerà – un cattivo effetto. Con una volontà gentile e non violenta avremo l’effetto opposto. Credere nel karma non significa adagiarsi nel fatalismo, ma al contrario, prendere in mano la propria vita perché la qualità del nostro futuro dipende da noi. Credere nel karma vuol dire credere di essere gli artefici del proprio destino: “Quante volte diciamo ‘Non posso crederci!’, ‘Come è possibile?’, ‘È incredibile!’. Ma ricordiamoci che, come dice un pensiero buddista, le nostre azioni, i nostri pensieri e le nostre parole, determinano il nostro karma, in altre parole la sofferenza o la felicità che dovremo affrontare”. Ne scaturiscono opere appena percepibili e stagliabili dal fondo, sagome quasi intuibili dove l’osservatore deve partecipare alla fruizione fidandosi di ciò che intuisce, inseguendo la luce che cattura la sua attenzione, abbracciando la sagoma del toro diventato improvvisamente rassicurante e cercando di decifrare gli altri elementi che compaiono nella composizione. Nelle opere su fondo nero, ad esempio, si esaurisce lo spazio come dimensione rappresentativa, svuotato da ogni forma illustrativa, in quanto
i segni di improbabili forme si lasciano intuire solamente da colui che ha il coraggio di un approccio polisensoriale. Balzano riflette in questo suo ultimo ciclo sulla tematica del tempo, sul suo tempo, sul suo esistere soggettivo. La sua pittura corrisponde, in questo caso, a un modo di sospendere e rendere visibile le pulsazioni vitali ed irreversibili di quel tempo esistenziale che ci apre a dimensioni altre. Di fronte alle teste del toro, ognuno ha la possibilità di osservare, guardare o percepire una strada, un percorso, un iter o una semplice forma. Un po’ come nella vita quando, in poco tempo, dobbiamo fare delle scelte che offriranno alcune opportunità e ne precluderanno altre. Ma ci sono dei metodi o degli schemi scientifici per non sbagliare la scelta della nostra vita? Afferma Balzano a proposito: “Ogni testa è una scelta, rappresenta la sconfitta delle nostre incertezze e ci ricorda il momento in cui, con fatica e sommo rammarico, siamo stati costretti a rinunciare ad altre strade, ad altre possibilità, a… tagliare la testa al toro”.
Le opere su fondo nero ci ipnotizzano, ci affascinano, ci spaventano, ma al tempo stesso eccitano la nostra fantasia e ci invitano ad andare oltre. Se abbiamo la pazienza di osservare prima e percepire poi, dietro le sagome principali, o in una dimensione distinta, compare un altro simbolo decisivo per comprendere la poetica di Balzano: il lampadario. Il simbolismo della lampada è legato a quello dell’emanazione della luce: essa è portatrice di bagliore, di ri-lucenza e quindi di concentrazione e di saggezza. Esiste un importante trattato zen sulla diffusione della luce della lampada. Più generalmente, nel buddismo, essa corrisponde alla trasmissione della vita e della catena delle rinascite: “I lampadari, come le lanterne in India, dette Arti, che vengono fatte fluttuare sull’acqua per aiutare gli spiriti ancestrali a trovare la loro strada, ci aiutano a vedere sotto un’altra luce, da un altro punto di vista, tutte le incertezze, le ansietà e i dubbi che ci circondano”. Chiunque desideri comprendere la vita e non concepirla come una serie di eventi casuali senza significato, o subirla con una logorante routine a cui non si presta attenzione, deve studiare, lavorare su se stesso, capire come mandare in cortocircuito un meccanismo passivo e omologante verso il basso. Il fine sarebbe quello di costruire per noi stessi, mettendosi in gioco, una comprensione razionale del mondo in cui viviamo e dei processi fondamentali in atto in natura, nella società e nel nostro pensiero, in modo che le cose possano apparire sotto una luce differente. A questo punto il toro di Balzano potrebbe non essere un semplice toro, o potrebbe non corrispondere al toro che credevamo. Misteri delle vite. Luci del destino.
 
Maurizio Vanni

info@christianbalzano.com

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